II – due (perché viene dopo l’I – uno)


Forse tutto questo non sarebbe accaduto se l’aprile dello scorso anno non mi fosse successo un fatto accidentale, o forse sarebbe accaduto solo in parte, chissà.

Quella mattina l’aria fresca entrava da sotto la visiera del casco, quasi a tonificare la rasatura fatta da poco. La strada per l’ufficio portava all’imbocco dell’autostrada, un invito ad aprire il gas, sentivo il motore trascinarmi via. La prima uscita, la mia, in frenata l’anteriore blocca ed è subito asfalto, cielo, asfalto ancora e ancora. Il pensiero volava in fretta: «non devo farmi male, non devo, le auto, il ciglio in cemento, lo vedo, no, non mi faccio male, no, no va bene, va bene…».

Una volta fermo, mi sono alzato e buttato di lato, sul prato.

Sdraiato, respiravo guardando il cielo sopra di me, sereno, azzurro, l’aria entrava nei polmoni e silenzio, silenzio assoluto, nessun rumore di auto, nulla di nulla.

Poco dopo un volto si è affacciato nel mio spazio di cielo facendo ricomparire i suoni: «Come va, tutto bene, senti male? Sono un soccorritore…», altri volti, divise, lontano, la moto esanime, su un fianco, come un’animale caduto. Non mi importava, iniziavo a sentire il mio corpo, le caviglie, la mano, il torace… dolore ovunque ma stavo bene. Poi mi sono messo a sedere, ho tolto il casco e i guanti, il destro coi denti. L’anulare sinistro, la seconda falange rientrava sopra la prima, non portavo la fede nuziale già da tempo e forse aspettavo questo momento per poter giustificare il mio alibi agli altri, a me stesso. Piano cercai di riportare il dito ad un aspetto più normale, lentamente, tirando senza forzare, ma non rimaneva bene a posto, si continuava a lussare. Poi l’ambulanza e l’ospedale.

Altrove in un altro luogo lei si teneva il capo tra le mani pensando a ciò che le era successo, attraversata dal dolore, per un amore dal quale aveva scelto di andar via e per un altro che voleva insinuarsi. Dilaniata, impaurita per un altro errore, per aver lasciato che le accadesse, perché tradita nel proprio amore e da un amico che voleva fare di una debolezza un ricatto.

Quei pensieri modificarono il percorso delle nostre vite, era come se qualcosa, qualcuno stesse iniziando a cucire insieme le nostre storie.

Segni che ognuno di noi interpretò allora per lasciare chi in qualche modo lo stava facendo soffrire, per ribellarci a un sentimento che volevamo in modo diverso e che entrambi non eravamo riusciti infine, a ritrovare nell’altro.

Ora, nella luce di questa mattina che già cede il posto al giorno la vedo distesa accanto a me bocconi, un braccio le cinge il capo, il volto verso di me, fronte distesa, l’altro braccio ripiegato, vicino al corpo. Mi alzo, infilo jeans e vado in cucina con l’intenzione di prepararle la colazione. Mentre passo l’aria che muovo sveglia un tovagliolo di carta, mi fa un cenno di invito, una penna, parole che corrono:

«Buongiorno… quante volte ho scritto in un messaggio questa parola accompagnata da un pensiero, quante volte in cambio ho ricevuto un tuo sorriso, un tuo buongiorno. Non vorrei mai che questa magia svanisse, non vorrei mai perdere ciò che nel tempo ci ha nutrito. Ora che la dolcezza dei nostri pensieri ha permeato i nostri corpi, ti desidero ancora più di prima, sento di appartenerti come tu appartieni a me, liberamente… Buongiorno, perché vivo di nuovo… Buongiorno perché finalmente è tutto vero e vero lo è sempre stato…».

Torno a cercare le tazze, preparo la tavola, quella la trovo, il resto no. Arriva che ho appena scovato il caffè e lei, come nelle più rassicuranti pubblicità, indossa la mia camicia, Oxford bianca:

«Buongiorno…»

«Buongiorno a te…».

Sorride «lascia, faccio io..»

«Ti aiuto, dove sono le tazze»

«Mettiti su la tua acqua calda…» dice ridendo.

Mi preparo il tè. Ci sediamo, legge dal tovagliolo, ha un’espressione strana, credo fatichi un po’ a leggere la mia scrittura, sulla carta morbida sembra essere ancora peggio del solito, sorride, sbuffando dal naso nella tazza. Non parla quasi mai se è toccata dalle parole e so che mi sorprenderò quando me le ripeterà, è già accaduto molte volte.

Deve andare al lavoro, ci prepariamo ed usciamo. Appena giunti in strada, mi domanda:

«Vieni con me stasera?»

«dove mi porti?»

«dai nonni…»

le rispondo di sì, «volentieri» penso sarà per cena poi tornerò. Credo che abbia capito il mio pensiero, lo ha sempre fatto, anche prima senza vedermi,

«Stiamo insieme domani e dopo… se ti va…passo a prenderti..»,

le sorrido «Sì, bene, a stasera..». Ci salutiamo, lei va al lavoro, io torno in albergo.

Nel tardo pomeriggio partiamo. Durante il viaggio mi guardo attorno, alberi, campagna e guardo lei, che guida, cerco di immaginarla mentre mi messaggiava, sorrido, chissà a che pensa in questo momento, è così assorta. Ho quasi paura di saperlo.

Non mi andava di arrivare senza un presente per sua nonna, perciò ho preso dei fiori, so che suo nonno mi guarderà storto ma, che devo fare. Conto sul fatto che gli “stranieri” sono sempre scusati per essere talvolta inadeguati, almeno la prima volta o almeno spero.

Arriviamo che è quasi ora di cena è una casa di corte con diverse unità abitative, non saprei come altro dire, saliamo i pochi gradini che portano all’uscio di casa dei nonni.

«Ciao nonna, ho portato un amico»

«Buonasera» saluto.

«E’ di Milano…»

Si avvicina sorridendo «Piacere»

«Piacere, Stefano»

«Ah, Stefano…»

Entra suo nonno mentre porgo i fiori alla moglie, mi tende la mano guardandomi con fare bonario:

«Piacere, Vincenzo… e così sei un amico di M.…»

«Sì, e sono di Milano… Stefano, piacere», mi sentento un po’ impacciato.

«Dove l’hai trovato..» le chiede con occhio vivace mentre mi stringe la mano.

«Mi ero perso…» e sorrido perché in fondo è vero.

La preparazione per la cena si svolge in un atmosfera cordiale, arrivano altre persone, le presentazioni, lei mi guarda di tanto in tanto mentre partecipa alle faccende, sorride con gli occhi. Cerco di ascoltare più che parlare, mi piace la aria che si respira qui, provo a capire se quello che sto vivendo ora era ben rappresentato nella mia immaginazione, ma non riesco a pensare e infondo non mi importa più ora.

Per intrattenersi conversando ci sono argomenti passe-par-tout, come il calcio per esempio, meno impegnativo della politica, meno statico del tempo, in alcuni momenti vorrei capirne o per lo meno vorrei esserne informato, ma la mia conoscenza sull’argomento è da figurine dei calciatori anni ’70. Per fortuna questo pensiero dura solo un istante poi mi passa, con gli anni ne sono diventato immune.

Ceniamo, lei è al mio fianco, si chiacchera, la nonna è solare, si assomigliano molto. Ogni tanto ci sfioriamo appena, e con lo sguardo abbiamo bisogno di cercarci. Nonno di tanto in tanto mi osserva, non sto facendo nulla per nascondere ciò che ogni mio gesto rivela, forse dovrei, ma non saprei come. Nonostante non si faccia ne si sia detto nulla, traspare qualcosa tra noi, che è ben più evidente che un bacio, un abbraccio, è la complicità, la condivisione dell’intimità rivelata da piccoli gesti, da sguardi.

A cena terminata, stesso daffare attorno, solo con tempi meno veloci e voci meno squillanti. Dopo aver chiaccherato un po’ in compagnia, lei si avvicina, mi dice: «Ho gli occhi che mi si chiudono…andiamo a casa di là?». Poco dopo ci congediamo, saluto, è stata una bella serata.

Due passi in cortile, prendiamo le nostre borse dall’auto e siamo da lei, ci sorridiamo complici come se avessimo combinato chissà che, entriamo in casa, parliamo un poco della serata, è felice, lo vedo dagli occhi che le brillano. Poi mi indica dove poter mettere le mie cose, «Mi vado a preparare» dice. Al suo ritorno, vado in bagno col mio necessaire e mentre i pensieri mi si affollano nella testa mi sistemo per la notte. La trovo in cucina, si sta versando dell’acqua, beviamo.

Ci sediamo sul sofà, accendiamo la tv, dopo un po’ di canali troviamo un film in bianco e nero, è già iniziato.

«Ma dai! Guarda…» dice allegra indicando col telecomando lo schermo «Aldo Fabrizi! Che film era… ti ricordi, me lo avevi detto!».

Sorrido, «Papà diventa mamma…»,

«Lo guardiamo?»

«Mmm», faccio cenno di sì col capo che già le immagini si interrompono.

Ci mettiamo comodi mentre la pubblicità scorre con i suoi tempi stonati, e i suoi colori forti, chissà perché bisogna sempre dover abbassare il volume.

Gli spot finisono e riprendono le immagini del film, dopo alcuni secondi il titolo in sovrimpressione rivela che si tratta della Famiglia Passaguai «Nooo…» esclama con leggera delusione. Non cambia nulla, ci divertiamo ridendo delle espressioni di Fabrizi. E’ bello essere così fisicamente vicini e poter fare qualcosa che avevamo già fatto a distanza per telefono.

Poi, mi si fa più vicino, ginocchia piegate, gambe e piedi affianco a lei, la schiena appoggiata al divano e il fianco contro il mio. Non è molto comoda credo, infatti dopo qualche minuto con il labbro appena tra i denti cerca di sorreggersi col braccio teso sulla seduta, e mi guarda con una richiesta negli occhi.

«Vieni qui, se vuoi…» alzo il braccio per lasciarla accomodare, lei infila il suo sotto la mia schiena e appoggia la testa su di me

«Grazie…», sottovoce.

Facciamo queste cose come se fossimo abituati a farle ma, non è così, la semplicità diretta dei nostri modi giunge da un altro luogo, dalla fiducia che abbiamo l’uno dell’altro. E’ come se i movimenti dei nostri corpi fossero previsti, come se fosse solo da ritrovare la sensibilità per guidare una nuova auto. Altri movimenti di assestamento per trovare la posizione più comoda, vorrei che si addormentasse così e penso lo voglia anche lei.

Quando sta per cedere al sonno alza gli occhi verso di me,

«Andiamo a letto?…»

forse vede la mia sopita delusione e mi sorride.

A letto mi cerca con la mano, siamo vicini, il calore dei nostri corpi risveglia il profumo delle lenzuola. Una carezza sul petto, il suo viso esprime tenerezza, i nostri occhi brillano nella luce fioca. Il mio braccio disteso sul cuscino la mia mano le si avvicina al viso, le accarezzo una guancia col dorso delle dita,

«Grazie per questo…».

I suoi occhi sanno che la ringrazio per avermi concesso di entrare nei suoi affetti. Il capo appoggiato al mio petto, mi accarezza indugiando sullo stomaco, ha gli occhi chiusi, lo intuisco più che vederlo anche se la luna ammorbidisce il buio di questa stanza.

Penso che desideri toccarmi per farmi sentire a casa, in quella che ho dentro di lei. Poi, lentamente la sua mano riprende il cammino, sul mio ventre, si incontra con la peluria più folta e con il mio pene. Lo sfiora, lo accarezza, lo circonda e con movimenti lenti lo fa crescere, il mio respiro ha appena iniziato a cambiare che il movimento piano si interrompe. Poi riprende ancora, il mio istinto vorrebbe guidare la sua mano ma mi trattengo, è solo per poco poi cessa.

Sì, quello che in fondo desidero ora è solo di poter sentire il suo abbandonarsi a me, mi fa star bene, la accarezzo e chiudo gli occhi anch’io. Sento gli scatti improvvisi dei suoi muscoli come fosse lo scoppiettio della legna nel camino.

E’ mattina, ci sveglia un rumore da fuori, apriamo gli occhi, senza capire cosa possa essere stato, ci guardiamo in silenzio.

Pochi minuti dopo, forse solo qualche secondo, estrae da non so dove il tovagliolo della mattina prima e porgendomelo con aria di gioco sulle labbra dice:

«Mi leggi…».

Leggo le mie parole, ci abbracciamo, attraverso il tessuto della sua camicia da notte sento il calore del suo seno appoggiato a me e penso che sono felice.

La mattina prosegue con una passeggiata nei dintorni, parliamo guardiamo attorno, respiriamo; a poco a poco ci togliamo di dosso la ruggine dei gesti non espressi da tempo.

Ci avviamo verso le stalle, un breve giro durante il quale assistiamo alla monta dei cavalli. Ci fermiamo in disparte, non osservati a guardare l’istinto animale libero dalle costrizioni sociali. E’ uno spettacolo emozionante, si sente l’eccitazione nell’aria, i nitriti e lo scalpitio accelerano il battito cardiaco di entrambi. Il viso di M. è bellissimo in questo momento e io vorrei prenderla qui, ora.

Ci chiamano per il pranzo, torniamo verso casa…

Quasi sempre mentre la vedo attenta ad osservare qualcosa che la interessa, da cui ne viene assorbita, risucchiata, è come se il tempo si fermasse ed io potessi avere la possibilità di guardarla con attenzione in un tempo infinito, impararne i lineamenti del viso, i particolari del corpo, è solo in questi momenti che riesco a vederli.

Ci siamo incontrati quasi un anno fa quando mi è arrivato un sms al quale ne sono seguiti infiniti altri.

«Lunedì arriverà il nuovo criostato… non rovinarti gli occhi sul microscopio questo week-end, ciao M.»

«Sono felice per te, ma devi aver sbagliato destinatario.»

«E’ buffo come prestando attenzione ogni giorno a misure dai numeri infinitamente più piccoli si possa commettere un errore su un numero così infinitamente più grande»

«gli errori di qualcuno possono essere piccole gioie inaspettate per altri…»

«Perché mi dici questo, chi sei… chi sono…»

«…sei un regalo che il destino ha messo sulla mia strada»

«Mi incuriosisci»

«Ti ringrazio per il tempo che mi dedichi ma ci dividono eta’, distanza e storie personali…»

«..chi sei… cosa un mio errore mi ha fatto incontrare.. ho solo 29 anni ma so riconoscere i sentimenti veri.. »

«Ci è voluto tempo per pensare, per rispondere… e trovare lo spazio intimo è per me ora complesso e raro. La purezza e il tuo entusiasmo mi lusingano e rendono il distacco colmo di precoce nostalgia… non posso celarti che parte del “chi sei?” sono molti anni e un legame familiare… e questo è sufficiente a far calare il sipario. Non permettere che questa cosa sciupi la tua freschezza. Per quanto possa importarti, ti ho portato con me ogni minuto… baci… »

«E’ semplicemente bellissimo e raro quanto è accaduto..no..nulla potrà mai turbare se cose così accadranno..

avrei uno sciocco desiderio..

ascoltare una volta la tua voce… se solo lo vorrai… e ringraziarti per questo innocente e inaspettato piccolo segreto..e sarà un leggero soffio di vento..un tiepido raggio di sole..una tenue pioggerellina primaverile..

..un piacevole ricordo.

Son le tue parole..piccole frasi..come tanti piccoli fiori a creare una ghirlanda…che mi spingono a chiedertelo.. »

Da quel momento sono rimasto travolto da tutto ciò che in me era stato riposto da secoli, la porta del mio sentire era già stata scardinata dalla mia decisione di concludere il rapporto con mia moglie e, non era possibile, poco tempo dopo aver maturato la decisione mi capitava una cosa così. C’era di che rimanerne forgorati…

Dopo pranzo, mentre lei è rimasta con sua nonna ne approfitto per farmi un bagno caldo. Immerso penso a questa mattina quando assistendo alla monta dei cavalli siamo stati vicini, sentivo il suo respiro, sentivo la sua mano stringere la mia, entrambi avvolti in quell’odore di fieno e desiderio. I capezzoli forzavano il tessuto della sua camicia e il ritmo del mio cuore; e ora, nell’acqua calda, sento crescere le sensazioni che erano nel suo sguardo e in quell’immagine riflessa nei sui occhi, mi accarezzo.

Ho già una buona erezione quando percepisco un lieve cigolio nel pavimento di legno e il clic della porta. Dopo un brusco arresto nel mio momento di intimità nel quale ascolto il silenzio, giungo alla conclusione che sia stato solamente il caldo del bagno ad aver fatto assestare il legno del parquet e lo scatto di apertura della porta, decido quindi di continuare il mio gioco interrotto. Un altro cigolio, non posso sbagliarmi ora, sento il suo risolino eccitato attraverso lo spiraglio della porta un poco più aperta. In questo momento è come se dovessi scegliere quale strada far percorrere al mio imbarazzo, una sensazione sottile, fragile ma intensa. Decido di continuare il gioco ma, poco dopo, non resisto e apro bocca per invitarla ad entrare, ho il cuore in gola e anche lei perché sento che il suo “sì” è sorretto da un respiro modulato dal ritmo delle sue pulsazioni. Si avvicina alla vasca, ci soridiamo per toglierci dall’imbarazzo ma non troppo da far cadere il desiderio, lascio che si sieda sul bordo, poi guardandola negli occhi le accarezzo la gamba fino a raggiungere la mano destra che tiene in grembo. Mi inginocchio e delicatamente, senza forzarla la avvicino alle mie labbra, percorro le linee del palmo, labbra e naso le sfiorano la cavità per baciarle poi l’inizio del polso. Mi alzo portando la sua mano sul mio petto, la mia più a proteggerla che trattenerla, sulla sua.

Esco dalla vasca, entrambi in piedi dissolviamo la nostra tensione in un abbraccio, i nostri corpi si fondono sulle labbra. Un bacio, la morbidezza dell’incontro delle nostre lingue è un fresco abbandonare i pensieri, è il sentirsi fluire l’uno dentro l’altro, è delle nostre intimità crearne una e saziarsene. L’amore scorre nell’unico corpo del quale siamo fatti, la camicia abbandona le sue spalle, il suo seno si libera dalle cuciture e preme su di me. Mani che cercano che trovano, la mia nudità impugnata si fa accarezzare e accarezza il suo polso che scorre. Mentre l’intensità dei nostri respiri cresce all’incalzare del nostro movimento, la sua bocca si stacca dalla mia, la sensibilità delle sue labbra accentuata dal bacio prolungato cerca la morbidezza e il calore del mio sesso. Accovacciata, lo sfiora con le labbra e ad occhi chiusi ne percorre le vene, la sua bocca segue il movimento dello scorrere della mano, sento la sua umida carezza accogliermi. Cerco di tenermi in equilibrio mentre arrivo al culmine, una mano a toccarle i capelli, lei in ginocchio ora mi tiene a se mentre le vengo sul viso e sul seno, ogni lampo che la raggiunge è come cera calda che la scuote. I miei gemiti le percorrono il corpo frammentandole il respiro. Dolcemente muoio nella sua bocca. Mi inginocchio ad abbracciarla, poi rialzandoci la prendo per mano, mi segue. Seduto sul bordo della vasca, in silenzio le tolgo gli indumenti rimasti ed entriamo, stiamo abbracciati. La tengo a me, le mie braccia che la cingono sono accarezzate dal suo seno, sento la tensione svanire dal suo corpo mentre si abbandona nell’abbraccio. Rimaniamo così, cedendo al pensiero di essere sempre noi stessi ma di non essere più soli, come se non esistesse più la necessità di saziare il tempo come se improvvisamente potessimo averlo tutto a disposizione, passato, presente e futuro.

E’ il freddo a risvegliarci dal torpore in cui siamo immersi, l’acqua ha lentamente ceduto calore e i nostri corpi ad essa. Mi accorgo ora di quanto scomoda sia questa posizione e dei danni forse irreparabili che questa possa aver causato ai miei legamenti. Per un attimo ho persino la sensazione che le mie ossa si siano stortate come un legno lasciato ad inzupparsi nell’acqua per essere incurvato. Ci alziamo dopo che lei è riuscita a raggiungere il mio accapatoio con la punta delle unghie, forse non ci sarebbe arrivata se ci fossimo stati per meno tempo. Di spalle l’aiuto ad infilarlo, e l’abbraccio, lo faccio per metà dei motivi del mondo, poi vorrei lo facesse lei per i restanti e così accade finchè non sono anch’io finalmente e completamente asciutto.

Il tempo di ritornare in città lasciare l’auto a noleggio ed è ora di ripartire.

Informazioni su unuomodipocheparole

uno così, un po' muto
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