III – che viene uno dopo il due e due dopo l’uno



In treno, penso a quanto vorrei poter stare più a lungo con lei, ma so che non è possibile che abbiamo bisogno di aspettare. Come un peso occulto, le paure che non sentivamo, hanno finito per inclinare il terreno sul quale si svolge la storia ed ora le mie come le sue azioni camminano più lente di quanto il nostro desiderio vorrebbe. La partenza è l’inizio del distacco, un respiro profondo per cercare di svuotare la testa dai pensieri, per togliere gli ormeggi. Il treno parte.

Tempo fa un risveglio improvviso, apatico, svuotato. L’incredulità e l’incapacità di trovare un modo per recuperare la situazione familiare. Azzeramento del desiderio, rifiuto e mesi di pensieri, di parole e nessuna possibilità per quel “noi” spezzato. Non ho voluto mediare, non avrei potuto, perché sarebbe stato mentire, illudere. Così chiudere senza ritorno è stata l’unica scelta di cui sono stato capace. L’assunzione completa della colpa e un nodo nel cuore dentro la valigia che ho portato con me.

Dopo aver deciso di separarmi, pensavo che avrei presto ricostruito un altro legame, confidente che i comportamenti che mi avevano condotto a quella conclusione potessero, da lì in poi, essere riconosciuti ed evitati. Di questo, ora, più passa il tempo e meno ne sono convinto, o meglio sono meno sicuro di riuscire ad avere il controllo sul mio modo di essere. Il tempo trascorso mi ha fatto ripensare a molte cose, troppe da un certo punto di vista e credo che in parte mi abbia tolto la capacità di vivere con leggerezza quello che succede ogni giorno. Come una sorta di frattura non guarita che mi impedisce di tuffarmi di nuovo in una storia.

Firenze è così vicina. Vado a cenare, la carrozza ristorante è vicina. Mi siedo, il cameriere mi passa accanto mentre insulta a bassa voce un tavolo di stranieri che hanno chiesto del sale. E’ vero che non è colpa sua se non ci sono né bustine né salini ma, in fondo non è neppure colpa di chi s’è seduto a pranzo. Chissà a cos’era addetto quando c’erano le FS. Chiedo cosa c’è di primo, pasta al sugo. L’arroganza che tenta di compensare a suo modo la frustrazione della scarsa professionalità. Penso non sia del tutto colpa sua e che forse chi l’ha messo lì ha pure le sue colpe. La mia solita pulsione nel capire, giustificare, di entrare nel merito delle cose, l’essere super partes. Mi arrabbio con me stesso, comprendo tutti e a che pro, vaffanculo a me e al cameriere. La qualità del piatto fa schifo, mi alzo dopo il primo, pago uno sproposito e vado al bar a bere il caffè in piedi. Torno a sedermi senza che la cena abbia potuto rovinarmi l’appetito. A Firenze è salita una coppia di giovani, le loro fedi luccicano più del loro parlarsi, saranno sposati da due settimane, credo e scendono già. Bologna.

Questa relazione mi costringe a pensare per compensare mancanze che altrimenti mi farebbero soffrire. E’ da molto tempo che ragiono, se così si può dire, sui sentimenti, su tutte le sensazioni che provo ed è così assurdo, ma non so come poter fare diversamente. Ora con M. le parole non dette e tutte quelle che ci sono state, hanno costruito una prigione perfetta. Al suo interno ci sono tutte le cose che desidero ma, alcune stanno dietro un vetro e quelle, non so dire se le potrò avere o mi saranno negate. Non sto male a tal punto da voler fuggire, ma c’è sempre un sottile filo di angoscia per quel dubbio che mi immobilizza, è come essere a un passo dalla felicità ma senza trovare un modo per toccarla.

A volte il riflesso illuminato dei miei occhi mi distrae dai pensieri, la parte fisica che manda messaggi a quella meditabonda.

Sì, la capacità di attraversare ogni pensiero, ogni sensazione unita al desiderio sessuale, sono le forze che agiscono in questa relazione. Sin dai primi giorni si sono propagate nelle nostre menti, facendoci stupire per la naturalezza con la quale siamo riusciti a soddisfarci. In un gioco di affinità fatto di parole le nostre essenze hanno trovato nell’altro il proprio contenitore, il vaso perfetto, il giusto gioco.

I pensieri si inseguono come le stazioni che scorrono sotto i miei occhi, ogni stazione ha la propria luce, il proprio tempo. Non è solo la distanza che ci separa ma anche la luce. Ogni volta che ci lasciamo assisto al divenire della notte, notte che, poco a poco, entra anche dentro di me.

«Benvenuti a Milano Centrale… Trenitalia vi ringrazia per la preferenza accordataci» mi sveglio dal torpore dei pensieri, non tanto per l’effetto della propagazione sonora ma quanto per l’insensatezza del messaggio.

«Preferenza…?» una parola che trabocca dalle mie labbra, la mia voce suona nello spazio comune come se fosse aliena anche se è la stessa voce che ho sentito discorrere nella mia mente per tutto il viaggio.

Passano pochi minuti e sono a casa, non la chiamo mai prima di arrivarci, è un po’ come se parlarle dalla stazione o durante il tragitto possa confermare di fatto che siamo in due luoghi diversi, lontani. Potessi eviterei anche il respiro per tenermi dentro ancora tutto.

Mentre apro il portone ascolto il suono delle chiavi di casa. Mezzo giro di chiave e spingo. L’inerzia del suo peso è il primo segno del ristabilirsi dell’ordine delle cose, è il primo sforzo che logora la custodia delle sensazioni, delle giornate appena trascorse.

I miei passi silenziosi uno dopo l’altro si sforzano di rimanere sospesi tra il passato e il presente. Attraverso il cortile della casa di ringhiera e salgo le scale.

Il pianerottolo di marmo lucido non mi piace, ha un tempo diverso dalla pietra ruvida dei gradini. Ristrutturare con violenza, ricostruire senza armonia, senza il ricordo. Ignorare la natura dell’edificio per farlo diventare adeguato a quel che serve, senza trovare equilibrio tra la sua essenza e l’evoluzione è un errore che non voglio fare.

Il pensiero prende una direzione di fuga qualsiasi e si dissolve in assenza, vuoto, nulla. Il basilico appassito nel vaso appeso alla ringhiera continua la deviazione.

Apro la porta di casa già proiettato a compire il dovere di dare l’acqua alle piante, qualcosa che richiede il mio intervento. Questa, sembra essere diventata l’unica cosa che io abbia realmente da fare, il resto è accessorio. Prendo la bottiglia vuota di plastica e la riempio con altra acqua. Non so perché uso solo questa bottiglia, l’ho salvata già tre volte dalla raccolta differenziata. Le altre sono uguali ma, uso questa.

Mentre lo faccio ho il dubbio, se sono abitudinario o mi sono affezionato. A volte come si confondono abitudine e affezione. Mentre la riempio penso che in ogni caso i pensieri non costano nulla e che a volte si pensa solo per mettere del rumore sul silenzio. «Cazz…» prima che possa chiudere, lo schizzo d’acqua esce dal collo della bottiglia intrappolata nel filtro del rubinetto e riempie d’acqua il piano della cucina. Accendo la luce, asciugo; spengo ed esco ad innaffiare, sento il profumo del timo, della lavanda, dei gerani e del basilico. Nient’altro, per uno strano effetto psico-idraulico il naso richiama gli odori all’interno della mia testa nel tentativo di compensarne il vuoto.

Rientro e metto la bottiglia vuota nel sacco della plastica, tolgo le scarpe.

Non riesco a chiamare, non riesco ad uscire dal silenzio dei pensieri, non voglio parlare, le mando un sms, come se dovessi farlo per nascondere qualcosa.

«Sono arrivato, tutto bene… baci, buonanotte»

I miei movimenti sfilano nel silenzio fin sotto la doccia, non sento neppure il rumore dell’acqua, è come se mi fossi chiuso in un guscio o meglio, è come se avessi chiuso tutto fuori, eccetto, in qualche modo, lei.

Rifuggo il suo pensiero, perché, perché… lo so, vorrei che lei fosse qui.

Il bip del suo messaggio è raddoppiato da un battito del mio cuore e so che non risponderò.

A volte sbarriamo porte e finestre perché abbiamo paura che sbattano, poi, però moriamo dal caldo. Capita quando sto bene con lei, capita spesso, come quando passiamo tanto tempo insieme o al telefono a chiacchierare. Le direi in questo momento le parole che non posso dire, e, in mancanza di questo e di vento, è come se mi rifiutassi di dire altro, come se non esistesse nient’altro da dire.

L’accappatoio silenziosamente mi asciuga la pelle, poi, docilmente si lascia sfilare e sollevare fino a farsi appendere allo spigolo superiore della porta del bagno. I piedi lentamente fanno il loro dovere portando l’involucro dei miei pensieri a letto.

Chiudo gli occhi su due lacrime che non riescono ad evadere.

Le travi del soffitto nel vociare del cortile, sono il mio risveglio, è “la Teresa” che, come ogni mattina sbraita con il ragazzo delle pulizie. Il dialogo milanese-arabo come esempio di globalizzazione. Non ho voglia di alzarmi, mi succede spesso, troppo spesso. Una lama di luce penetra nella stanza facendo cadere le voci in secondo piano rispetto alla voce dei miei pensieri. Questa luce sorprende migliaia di piccole stelle lucenti che abitano l’aria. E’ strano come i contrasti, le differenze o un evento ci possano rivelare particolari che ci sfuggono, dettagli che fanno parte di ogni nostro respiro, in ogni momento per tutta la vita. Solo in questo momento il sole taglia l’aria con quest’angolo, non ci sono altri istanti nella giornata in cui si possa scorgere questo mondo.

Ricordo mia figlia nuda sul letto di un’altra vita, raccogliere con le mani la “polvere magica”, il suo sguardo intento.

Vorrei che fosse qui.

Faccio colazione al bar e scappo in ufficio. Una giornata difficile il lunedì, per sopravvivere occorrono nuovi stimoli. Ho bisogno di ridare luce alla mia giornata e al mio sorriso sornione.

Leggo le e-mail, non tutte, le prime destinate a me, poi quelle dei miei collaboratori. Lascio aperte quelle a cui devo risposta. Riunione del lunedì e ancora qualche e-mail. La sua mail, la mia risposta, ancora la sua e ancora. Poi, all’improvviso inizia il gioco. Oggi ho voglia di torturarla con messaggi al cellulare e con la voce.

«Sei la mia servetta ubbidiente?»

«Sì, ma perché»

«Non fare domande al tuo padrone»

«Va bene»
 
«Devi dire: Va bene signore. Ubbidisci e andrà tutto bene»

«Sì, signore»

«Voglio che tu vada a far pipì in bagno ora. Una volta uscita voglio che tu beva una bottiglietta d’acqua e che mi avvisi quando hai fatto»

«Sì, mio signore»

«Brava, vedo che hai buone intenzioni»

Passato un quarto d’ora circa.

«Ho fatto mio signore»

Leggo il suo messaggio e non le rispondo. Vado a bermi un caffè.

«Brava la mia servetta, ora farai qualcosa per me…»

«Sì, padrone»

«Mio signore»

«Sì, mio signore»

«Voglio che ti tocchi sotto la scrivania»

«Ma c’è qui gente»

«Mi stai facendo arrabbiare»

«C’è gente signore, non posso»

«Lo sai vero che questo ti costerà caro?»

«Sì, mio signore»

«Alzati e vai in bagno, voglio che ti tocchi ma solo per poco e che mi chiami quando lo stai facendo, voglio sentire il tuo respiro»

Esco dall’ufficio e mi apparto nel parcheggio delle bici.

Arriva la sua chiamata, ascolto il suo respiro che cresce con le mie parole.

«Bacia la tua mano ora, tra le dita, come fossero le mie labbra bagnate di te»

«Sì…»

«Ora basta… esci ora»

«…»

Riaggancio. Il suono del suo respiro mi ha stregato, sono eccitato. Stento ancora a credere che le piaccia ma così è.

«Voglio che tu ti trattenga dal fare pipì fin quando non ti do il permesso. Ogni ora, voglio che tu vada in bagno. Toccati e smetti appena prima di venire. Voglio anche che mi mandi un sms. Se ne avrò voglia ti chiamerò. Si ubbidiente.»

«Sì, padrone»

Lascio correre. Vado a pranzo con i colleghi. Arriva il suo sms:

«Padrone sono qui»

«Brava, niente pipì e fermati in tempo»

Non risponde, bene. Termino il pranzo, dopo il caffè le chiedo se ha fatto la brava. Mi risponde di sì ma anche che le inizia a scappare un po’… le dico che quella è la sua punizione.

Le due, l’sms quasi puntuale. La chiamo, ascolto il suo respiro farsi più affannato. Ha messo l’auricolare, che brava.

«Voglio che ti stringi un capezzolo tra le dita mentre continui ad accarezzarti. Aumenta la pressione e quando ti fa male fermati in quella posizione.»

Sta mugolando…

«Fermati ora»

«Non riesco»

Se non la smetti riaggancio. Si quieta. La coccolo, è proprio brava la mia servetta. Mi chiede se ora potrà far pipì, le dico di aspettare ancora. Mi dice di sì. E’ una donna meravigliosa.

Un’ora dopo il suo messaggio, è uscita dal lavoro e sta andando a casa.

«Sto andando a fuoco padrone»

Al diavolo l’ufficio, esco anch’io. A casa ci raggiungiamo al telefono, lascio che vada in bagno e ci ritroviamo a letto. Parole dolci, respiri, parole e le nostre mani prestate l’uno all’altra. Si fa l’amore così come si può.

Non trovo il suo profumo, il suo sapore, vorrei che fosse qui. Questa sera sarò a teatro e dover cantare fortunatamente riempirà in parte questo spazio vuoto.

Informazioni su unuomodipocheparole

uno così, un po' muto
Questa voce è stata pubblicata in storiella di m. Contrassegna il permalink.

Una risposta a III – che viene uno dopo il due e due dopo l’uno

  1. sweetbabyblue ha detto:

    leggo e penso di comprendere..invidio la lei che ti ispira questi pensieri e vorrei tanto che gli stessi pensieri fossero indirizzati a me da chi amo ancora e purtroppo non mi vuole più. Complimenti per la scrittura!
    sweet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...