Memento mori


Ho il pensiero in panne, mi muovo in trance, mi hanno detto che il dottore è un obiettore ma che lo farà lo stesso.

Sono due giorni che ha avuto inizio l’incubo, l’invito a casa della dottoressa per il dopocena aveva già aperto le cateratte del dubbio, dell’angoscia, dello stupore. Le spiegazioni, superflue, sono solo il sottofondo di suoni al mio processo di disgregazione.

Conosco questo stato che mi porta in una dimensione incredula e allo stesso tempo iper-razionale, faccio tutto quel che serve istintivamente, come se fossi un’altra persona, come se dover essere d’aiuto mi impedisse di poterne chiedere, di sentire i miei bisogni e le mie paure. Era già successo anni fa, nessuno spazio alla disperazione, solo cose da fare, mani da tenere e conforto da portare. Tutto il “mio” ricacciato giù, sul fondo del cuore.

Sono qui fuori in corridoio, la pittura bicolore delle pareti bianco e grigio non mi è d’aiuto, alimenta l’astrazione, sono senza riferimenti in quest’esperienza allucinatoria. Mendico qualche informazione che mi viene buttata da distanza, senza cura come la moneta che viene gettata al barbone all’angolo, senza interesse, solo per dovere civile e aspetto. Il dottore passa di tanto in tanto, sulla faccia grigia veste un misto tra inespressività e disprezzo. Nessuna parola da parte sua.

Nella stanza con lei si muovono infermiere e assistenti, cerco di esserle vicino. Le sorrido, l’accarezzo, lei sembra tranquillizzarsi. Le hanno da poco somministrato un farmaco per indurre il parto. Tra un passaggio e l’altro non trovo parole, ma sento che lei trova la mia presenza un ancoraggio solido. Io sono in un mare in tempesta che monta ad ogni loro passaggio. Non so da quanto siamo qui, ho perso ogni riferimento, cielo e mare hanno lo stesso nero colore.

Cambiamo stanza, l’ostetrica arriva e indossa i guanti. E’ una ragazza minuta. Il dottore le sente il cuore e mi rivolge la parola:

«Stia pure qui.»

Nella voce non c’è alcun intento comprensivo, sembra solo volermi ordinare di restare. Non capisco il perché di questo e in ogni caso sarei restato. Se potessi mi sostituirei a lei per evitarle il dolore e per non soffrire del suo.

«Spinga ora»

Io non ho più appigli, fluttuo nel nostro incubo, neppure il colore delle pareti riesce più a distinguersi, forse è precipitata la sera. Le piccole mani inguantate si insinuano tra le gambe, vedo tutto. Il dottore mi ha fatto accomodare nel posto perfetto per non perdermi nulla. L’ostetrica estrae piano qualcosa, qualcuno, non si muove. Sento un brivido terrifico fin tra i capelli, il piccolo tesserino è tra le mani della donna. È grigio anch’esso, provo pena e repulsione allo stesso momento e non dovrei. Fino a poche ore fa era mio figlio e cresceva dentro sua madre, ora è un essere inanimato nulla più, non più la proiezione di quello che avrebbe potuto essere. Me lo mostrano inerme su un lenzuolino. L’immagine non si fissa nella memoria, solo una foto sfuocata. Chiedono se vogliamo occuparcene noi o lasciare che se ne occupino loro. Non riesco neppure a pensare, forse entrambi vorremmo essere qualsiasi cosa, in qualsiasi luogo e la decisione arriva accompagnata dal desiderio di fuggire.

Tra poco verrà il dottore per l’eliminazione della placenta e il raschiamento, non seguo più. Sono annichilito e incapace di contrastare qualsiasi decisione. Passa del tempo senza quantità.

«Venga pure»

Seguo la barella, una mano è nella mia, non so il resto.

«Si accomodi pure qui.»

Vedo lei sul lettino, le gambe levate sugli appoggi fissati alla struttura. Il dottore di spalle di tre quarti. Armeggia. La visuale è ottima, grazie dottore.

Un ferro lungo, forse una cinquantina di centimetri, un manico e all’estremità un occhiello grande come il cerchio che si forma tra indice e pollice di una mano. Acciaio, freddo, silenzio, lei, il dottore, io.

Inizia il lavoro, sono paralizzato. Proiettato in un incubo medievale vedo il ferro entrarle dentro, in lei nessuna reazione apparente. Movimenti meccanici, rapidi, rozzi, che nel mio pensiero non possono appartenere alla cura della specie umana si susseguono l’uno dopo l’altro.

In una specie di telo di plastica trasparente che le scende tra le gambe terminando in una sorta di imbuto chiuso all’estremità si raccolgono le scorie e sangue, tantissimo sangue. Lei sembra riposare, solo io sveglio vedo lo spettacolo, sangue liquido si riversa a gonfiare il sacco. Il suo ventre vomita il dolore di quel che è accaduto in un luogo inumano, privo di pietà, assente di consolazione. Sono lì, spettatore muto in un silenzio innaturale che ha il colore del grigio e del sangue.

Una volta finito:

«Passerà il tempo, accadranno altre cose che cancelleranno tutto questo, per entrambi, per te, per me, per chi non è qui tra noi.»

Questo pensiero non trova la voce, rimane a risuonare nel vuoto, dentro di me.

– – – – – –

http://stat.radioblogclub.com/radio.blog/skins/mini/player.swf

Sono passati anni. Trisomia 18 o 13, la memoria non ha trattenuto l’informazione, sarebbe morto prima o poco dopo il parto, comunque. Così hanno detto. Neppure così è facile sfuggire al rimorso, al pensiero di aver preso la decisione di un aborto. Neppure questo mi chiarisce su chi mai potrebbe prendere una decisione al posto di chi è lì, di chi ci è finito in mezzo o su chi vorrebbe dettar legge su questi avvenimenti.

Si è lì, soli con se stessi e si deve poterlo essere, nessun giudizio sarà mai capace di dare a tutto questo un colore diverso dal rosso e dal grigio.

Informazioni su unuomodipocheparole

uno così, un po' muto
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6 risposte a Memento mori

  1. ilsolecheride ha detto:

    ti lascio un abbraccio

  2. impromptus ha detto:

    grazie, è successo tanto tempo fa… da alcuni giorni ne sentivo parlare per radio. Ho sentito il bisogno di far riaffiorare il ricordo anche se la cronologia degli eventi e gli eventi stessi oggi non mi sono più così chiari quanto le emozioni.

  3. sweetbabyblue ha detto:

    una vita che se ne va..per quanto imperfetta, è una vita che se ne va. Nel vostro caso è stato un percorso senza ritorno con tutto il dolore e le aspettative, deluse, di ciò che poteva essere e per un destino crudele non era più..mesi di sogni, tenerezza, progetti.
    Anche in questo caso, come in tutte le esperienze di dolore che per disgrazia finiscono in ospedale, la dolcezza dovrebbe penetrare attraverso i muri, entrare nei cuori e parlare ai protagonisti con toni armoniosi, anche quando non consolano.
    Invece gli ospedali, a partire dalle luci spietate che ci sparano negli occhi ad ogni ora e dagli schiamazzi degli infermieri quando vorremmo anche solo solo riposare, ci riportano a una realtà crudele, fatta di numeri, patologie, siringhe, sangue e urine. Il tutto in luoghi senza tempo dove umana è solo la solitudine di ognuno di noi alle prese con il dramma che sta vivendo.
    Per una donna rinunciare a un figlio, e ora non parlo del vostro caso, è sempre un’esperienza devastante. Che qualcuno ne parli solo per cavalcare un momento politico e ricostruirsi una verginità di comodo che faccia piacere al Vaticano è quanto di più bieco si possa fare..sulla pelle, appunto, delle donne….ma questa è un’altra storia.
    un abbraccio Sweet

  4. jmarx ha detto:

    è toccante aver sentito per un attimo il tuo dolore. hai un modo di scrivere davvero penetrante

    jm

  5. auspicatamente ha detto:

    Una carezza a quel ventre ed una alla tua fronte

  6. impromptus ha detto:

    passando la tua mano
    non sentirà più sulla mia pelle
    quel che accadde

    il ricordo
    ora riposa tranquillo
    in ogni mia cellula.

    grazie, s.

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