Tempi d’attesa


A cena da solo penso a quanto mi sembri strano essere sull’isola questa volta. Dopo centinaia di volte non sono qui per lavoro com’è sempre stato, anche se il lavoro comunque e in qualche modo c’entra.

La stranezza maggiore è sentirmi innamorato e in attesa come non mi capita dai diciassette anni quando aspettavo che lei (un’altra e forse la prima) finisse di servire il pranzo nella pensione di famiglia o che uscisse dopo la messa e il pranzo con i suoi.

Mi ricordo che d’inverno a volte capitava che scendesse un po’ di pioggia come qui due minuti fa, anche se lo scenario era molto diverso. Mi ricordo tutto grigio, immobile e anche il mare non si agitava più di tanto. Ero squattrinato e quello che avevo lo spendevo per il biglietto del treno fino alla stazione di Viserba poi vagavo nelle strade deserte spesso affamato e impaziente come un cane randagio. A volte sentivo la rabbia crescermi dentro perché lei tardava ad arrivare e il tempo per stare insieme si schiacciava contro l’ultimo treno e io mi sentivo in qualche modo tradito o non sufficientemente voluto.
Poveretti. Lei costretta e io incapace di comprenderlo, magari invece davvero non aveva voglia di vedermi e cercava solo di perder tempo per farmi desistere, chissà.

Ora invece nell’attesa sono seduto in un ristorante e ho appena finito di ridere da solo pensando alle sue parole di rimprovero quando faccio scelte insensate, questa dal menù. Comunque insisto, anche se secondo lei sono un marpione, qui ora sono le cameriere che fanno le cretinette con me, io cerco solo di essere gentile e affabile.

Questo momento anche se naturalmente non è ancora esattamente quel che vorrei, fortunatamente gode di più certezze e maggior comprensione… in realtà questo “fortunatamente” vale solo per me perché lei non può sapere come sto qui mentre io, so che lei mi vuole bene (le mando un bacio whatsapp beh, facciamo un bel po’ di baci ecco).

 

Informazioni su unuomodipocheparole

uno così, un po' muto
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