Domenica immobile


Fireflies

Mi sono svegliato troppo presto, ho sete, mi alzo a bere, c’è tanto sole, troppa luce. Il pensiero sta già andando dove non voglio. Apro il computer leggo, scrivo, mi distraggo un poco (grazie lpr), ma già scrivere una risposta mi riporta alla realtà di quel che sento. Sono bloccato. Non riesco a fare un passo. Stringo i denti e gli occhi, nel dolore mi alzo dal divano e vado a prendere la bottiglia dell’acqua. Bevo a canna mentre arranco con passi incerti verso la penombra della camera da letto.

Mi sdraio e guardo in giro, vedo questa stanza, il letto, le lenzuola, cerco di cacciar via il pensiero di dove possa essere lei e a poco a poco appare, la vedo nuda distesa accanto a me. La sua pelle che chiama le mie carezze, i miei baci. Mi sembra di sentire il suo calore attraverso il palmo delle mani. La dolcezza della sua carne sulle mie labbra. Mi è venuto duro, ho voglia di lei, chiudo gli occhi e la sento ancora mia, le sue mani mi cercano, il suo respiro si fa denso. Mi stringe forte, il suo suono mi arriva così vivo alle orecchie, vengo.

Lentamente, prima che i pensieri ricomincino a radunarsi mi abbandono ancora al sonno.

Un rumore, forse un messaggio mi fa svegliare. Sono le due e mezza passate; bene, consumo le ore di questo giorno come se stessi bruciando le pagine vuote di un’agenda vecchia. Inutilmente consumo l’inutile. Mi alzo dal letto. Fatico ancora a tenerla lontano dai miei pensieri. Non ho pianificato nulla per questa giornata e me ne sto pentendo. Scambio qualche messaggio con un’amica poi sento che il mio umore sta peggiorando, lei non ne ha colpa ed è meglio evitare che ci rimanga in mezzo.

Non riesco a spostarmi più di tanto. Non riesco a stare sui miei piedi. Porto l’e-book sul balcone e leggo al sole. Sento delle fitte, sento pungermi la pelle da dentro. Ogni pagina che scorre porta via un pezzo di questa giornata muta. Le cinque, al bar sotto casa inizia la musica live. Continuo a leggere e inspiro questa estate in arrivo alla quale non riesco a dare un senso.

Sono le sette, non riesco ad appoggiare i piedi a terra, non dico muoverli, starci sopra in piedi. Il mio peso comprime qualcosa che sta sotto la pelle e punge, il sangue sta macchiando il pavimento, sento qualcosa che conficcato nella carne raschia la superficie del parquet. Cammino sui talloni fino al bagno. Prendo una garza, il disinfettante, le forbici e una pinzetta. Va tutto bene, le otto. Prima di tornare al balcone mi riempio un piatto con dei cracker, qualche fetta di salame e olive. Una birra. Leggo ancora, bevo e mangio piano.

Il sole si oscura dietro la casa di fronte, chiudo il libro. Alzo il piede e faccio passare la pinzetta sotto la pianta. Sento che la pinzetta incespica ogni volta che sento una fitta. Mi faccio coraggio e punto le forbici per bloccare quel che sento e afferrarlo con la pinzetta. Fa male, il sangue gocciola a terra. L’ho afferrato, mentre lo tiro sento la pelle che si taglia per lasciarlo uscire. Un frammento di vetro. Lo appoggio sul marmo del balcone, sto sudando, mi trema un po’ la mano. Passo ancora la pinzetta negli altri punti e sotto entrambi i piedi dove sentivo le fitte. È una tortura, ma estraggo uno ad uno molti frammenti di vetro. Il pavimento del balcone è zuppo di sangue, i miei piedi sono doloranti, è buio ormai e la musica è terminata. Accendo due candele e fumo una sigaretta.

Guardo i vetri appoggiati uno ad uno sul corrimano di marmo. Ne prendo uno, lo guardo più da vicino tenendolo fermo con la pinzetta. Ci guardo attraverso, la luce che lo illumina mi manda l’immagine di un tramonto sul mare, ci vedo le mura di una città e una palma. Appoggio il frammento con cura e ne prendo un altro. Attraverso ci vedo confusi degli alberi, forse un bosco con tante foglie secche a terra. In questo invece si vede un ponte sul Rio de Palazzo. Un altro. In questo vedo un castello rosso, forse sul mare o su un lago, c’è anche un treno e delle persone, tutto sembra sproporzionato. In ognuno dei frammenti sembra esserci qualcosa, qualcosa che mi è caro, come in questo, ci sono delle lucciole, sarà stato un anno fa, in riva a un lago che ha il nome della piazza qui sotto. Brillano le lucciole come le lacrime che mi allagano gli occhi in questa sera che sta finendo.

“Nam in omni adversitate fortunae infelicissimum est genus infortunii, fuisse felicem.”

Ora riesco a tenere i piedi a terra, mentre mi alzo barcollante tengo questi frammenti stretti nel pugno. Li stringo forte, tanto e vorrei farmeli tornare sotto la pelle per non perderli mai, mai.

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uno così, un po' muto
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2 risposte a Domenica immobile

  1. Lapoetessarossa ha detto:

    Ci vorrebbe essere capaci di indifferenza. Sublime risposta alle avversità, alle infelicità. E’ la risposta di chi è sempre e comunque indifferente. Anche alle felicità, alla buona fortuna. La fortuna latina, che è buona e cattiva.
    L’indifferenza è salvifica e, in quanto sterile, non ha bisogno di nutrimenti, come accade per l’odio, o l’amore. L’indifferenza è fredda, non si accorge delle schegge conficcate nell’anima, procede un passo dopo l’altro, con una specie di noiosa costanza, con la pioggia e con il sole, in salita ed in discesa, senza sudare, né provare sete. Se non ti appartiene, ti dico, meglio così. Meglio trascorrere una domenica dall’apparenza indolente, ma profondamente dolente, rimanendo se stessi, restando coerenti con la propria natura. Non giri la faccia dall’altra parte, ma ti guardi negli occhi e sei quello sei. E tu sei. Esisti. Non sei freddo. Ti sei tagliato. Cammini. Sudi. E ogni azione è percezione di quel che accade, anche in ragione del suo contrario.
    Ti piacerebbe essere quel che non sei? Per quante macchine del tempo potranno inventare, saremmo e saremo fedeli a noi stessi in qualsiasi epoca. E’ questo che rende speciali le persone vere.

    • Non ho nessun merito per quello che sono e comunque tutto ha valore che sia o no indifferenza, c’è chi è capace di cose chi di altre, poi siamo liberi di farci piacere chi ha la sfumatura che vogliamo.
      Cerco di alzarmi ancora un’altra volta e camminare, ogni volta mi sembra di soffrire per partorire un altro me stesso, figlio dell’amore che è finito; chissà come crescerò questa volta. Vorrei essere migliore di quello che sono stato. Migliore nel riuscire a conquistare e a tenere quello che amo e nel godermi anche quei momenti che a volte sfuggono nel quotidiano…
      Non sono speciale mia cara, cerco solo di farcela salvando tutto l’amore che posso.

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