Senza un perché


Perché non può essercene uno solo

Perché i perché si nascondono gli uni dietro gli altri

Perché le risposte sono inevitabilmente diverse da quelle che vorremmo

Perché sarebbe bastato uno sguardo per disarmare le parole di quello scherzo

Un suo invito a pranzo con colleghi, sono contento anche se sento che quello che lei prova per me si veste di tante sfumature diverse e contrastanti. Accetto volentieri, cerco di essere stabile sul pensiero del bene che provo per lei in questo momento dove sto cercando di rimettermi in piedi e camminare. Soltanto muovermi e non per forza in direzione di qualcun’altro giusto muovermi senza di lei. Cerco di andare oltre la nostalgia e pensare che è così e basta. Le voglio bene e comunque è da giorni che riesco a vedere oltre, forse riusciamo a volerci bene anche con una carezza distante.

Seduti al bar ordiniamo in attesa che lei arrivi, è andata dall’estetista, nei discorsi dei colleghi escono frammenti che riguardano quello che avrebbe dovuto fare o che farà V.. Un po’ mi pesa, non perché non sia normale che lei abbia altro dopo di me ma perché semplicemente non faccio più parte della sua quotidianità e lei non fa più parte della mia. Le compagnie d’ufficio sono una disgrazia e nel mio caso non posso nemmeno evitarmi questo. Vorrei che frequentasse gente della quale non saper nulla ma non è così.

Arriva. Bella. Non mi guarda quasi, ha addosso un agitazione che non capisco, più del solito intendo. La vedo nel suo corpo, mangiamo, altri discorsi che raccontano altre cose su di lei che forzatamente ascolto ma, in questa situazione, quello che più mi turba è lei. Ha qualcosa di sfuggente, forse mi ha invitato per forza e non voleva, lo ha fatto solo per salvare le apparenze. Questo pensiero non ci sarebbe se riuscisse a guardarmi negli occhi. Invece è seduta e oscilla avanti e indietro, non sta ferma sulla sedia. Mi alzerei e me ne andrei per non sentire più nulla, perché mi ha invitato? Sono disorientato, Sono affianco a lei ed è come se mi avesse chiamato solo per assistere a tutta la realtà che mi viene buttata a bicchieri in faccia. Come un grido muto che mi dice che non sono più nulla per lei, che ci sono altre persone, altri interessi, altre età, altre risate. Lo so e non m’importerebbe se ci fosse una sua attenzione qualsiasi.

Pago il conto, pago il conto anche di quello che non ho chiesto. Fuori faccio due tiri di sigaretta mentre aspetto un passaggio per tornare in ufficio. Vorrei capirci qualcosa, spero di sentire che anche nella finzione del pranzo lei abbia avuto piacere di avermi lì, che mi dica qualcosa per cancellare quest’ora passata. Così salgo in auto con lei e siamo soli. Ma nulla, quasi sento un suo imbarazzo o indifferenza, nonostante per tutto il tempo io abbia cercato di andare oltre me stesso e il mio sentire. Pensavo le avrebbe fatto piacere come a me ma evidentemente non è stato così, non c’è stata una sola sua parola per dirmi il contrario.

Rientrati in ufficio seduto alla scrivania non riesco a riprendermi, tornano per seppellirmi le parole di tutte le cose che farà sotto lo sguardo della sua indifferenza. Le chiedo perché mi abbia invitato e la sua risposta è lontana da tutto quello che è stato e che ho sentito in me. Estranea, o meglio, come una risposta data a un estraneo. Qualche altro scambio di messaggi e alla fine è tutto inutile, penso che alla fine siano cazzi miei. Il mio star male sono cazzi miei. Lei fa la sua vita indipendentemente da questo ed è e agisce come è giusto che sia e io non c’entro più un cazzo, ora sono un estraneo. Coglione che sono, meglio che mi tenga tutto questo per me e che le stia lontano se starle vicino vuol dire esser lontano lo stesso o se peggio la faccio sentire in imbarazzo. Mi fa male due volte, mi fa tornare indietro e non voglio più farlo.

Informazioni su unuomodipocheparole

uno così, un po' muto
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